Di sbieco

Concorso letterario “Bissa La Fantasia” 2026 al Bissabook 

 

“Di sbieco”

Luisa Tresca

E macina, macina, macina, chilometri su chilometri, Vincenzo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, stagione dopo stagione, col bel tempo, col brutto tempo, con la nebbia – che come dicono i più anziani non è più “la” nebbia degli anni ’80 – con la pioggia e con l’afa agostana.

Costeggia Villa San Carlo, riappare gagliardo a San Valentino, poi zona Poeti e Musicisti (chissà se canticchia, Vincenzo, nel suo andare) e via su al Castello, giù al Castello, via Piave e Motta.

Novello Girardengo, più anziano che giovane, sorridente, spensierato e con una particolarità: incede di sbieco, la biciclettina in obliquo e il suo corpo sempre più in giù, quasi a sfiorare, novello Valentino Rossi stavolta, il marciapiede col ginocchio.

E tutti a fantasticare su questo suo vezzo, il motorista di paese, pensando fosse problema meccanico, più volte si propose di riaggiustare la sgangherata bicicletta, per poi vederselo sfrecciare qualche giorno dopo davanti al distributore, bello storto e gagliardo a sfiorar il selciato.

“Fosse problema ortopedico?”, si chiese basito il medico di famiglia? Ma no: alla visita di routine il caro Vincenzo risultò sano come un pesce, a parte qualche suggerita raccomandazione su un miglior uso della crema solare.

E allora che fa Vincenzino, col suo incedere obliquo e sempre più sghembo? Un segreto c’è, ma solo chi sa ascoltare e veramente domandare lo conosce: i bambini del parchetto.

Si fermarono un giorno di non molto tempo fa con Vincenzo a parlare, e come solo i bambini sanno fare, parlarono veramente, senza remore, senza vergogne, dritti al punto, e sinceramente chiesero. E sinceramente ascoltarono ciò che quell’uomo-bambino raccontò loro, finalmente grato che qualcuno glielo avesse domandato.

Molti anni fa Vincenzo, passando in riva al ruscello, cominciò ad udire una voce, all’inizio pensò a un colpo di calura e tornò a casa ad armarsi di berretto e crema solare, come saggiamente consigliato dal medico. Ma la voce, anche i giorni seguenti, non smise di sussurragli all’orecchio parole dolci ma strazianti: “Aiutami Vince’”, “Solo tu mi puoi sentire, solo tu mi sai ascoltare, avvicinati al bordo e china il capo”, e così fece, Vincenzo, anima romantica e sensibile, e cominciò e chinare capo, busto e bicicletta per mettersi in ascolto di quella ninfa d’acqua dolce che tutti chiamavano “Roggia Rosa”, ma che nessuno prima d’allora seppe veramente ascoltare.

“M’ammalo e m’aggravo al passare dei giorni, di lordume, plastiche e mostri inquinanti e il mio respiro si fa flebile, il mio incedere lento e non più vigoroso e il mio canto sempre più avvizzito. Gli uccelli migratori prendon ristoro su altre sponde e i banchi di pesci soffocano al mio respiro.”

Non cantava quindi Vincenzino, ma mormorava, costeggiando Villa San Carlo: “E cosa posso fare, io umile uomo di campagna per una ninfa come te?”

“Ascolta il mio lamento e manda il mio allarme al mondo: la ninfa muore e con lei un’intera umanità!”

E si mise Vincenzino ad ascoltare il suo lamento ma non avendo altri strumenti e non essendo avvezzo alle parole umane escogitò quel trucco di incedere sghembo, sperando che qualcuno lo imitasse e così tirando le orecchie, finalmente sentisse.

Ma gli anni passarono, Vincenzo invecchiò e la Roggia Rosa si lasciò spegnere, colma di pattumiere e malinconie.

Fino a quando qualcuno non chiese: “i bambini del parco! Che finale inaspettato!” – sospirò Vincenzo ormai sconsolato.

“La mia storia ora è vostra, bambini, ve la regalo assieme a queste ultime parole, che già son molte per uno come me, abituato più a pedalare che a raccontare: ascoltateli i fiumi, i boschi, le foglie, quando esultano di bellezza e quando piangono il loro lamento, e portate questi suoni ai grandi, il rimedio è nelle vostre mani”.

I bambini rimasero sorpresi a guardarsi nelle palle degli occhi: Vincenzo non era straniero – come avevano sempre supposto – e neppure muto, o tordo, come dicevano alcuni adulti maldicenti.

Vincenzo aveva una storia importante da ascoltare, la storia di una ninfa da salvare, e non fecero in tempo i bambini del parchetto a tornare all’aia per munirsi di guanti e rastrelli e iniziare la loro missione, che Vincenzì era sparito, puff! E a lato del ruscello giaceva abbandonata la sua sghemba bicicletta consumata e un airone, buono, elegante, sorridente che faceva loro l’occhiolino.

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