
L’ARGONAUTA
Seminario di storytelling teatrale
Autore del mio viaggio. Riconoscere e tradurre, in parole ed immagini, la propria essenza attraverso l’autonarrazione e la rappresentazione della stessa. Mettere in moto la memoria biografica attribuisce alla realtà nuovi significati.
docente Piergiorgio Piccoli

Esercitazione n.1

Come hai fatto a truccarti così tanto?
I bicchieri tintinnavano sulla terrazza del bar Lotus , le persone, uomini e donne di un certo rango, sfoggiavano sorrisi impastricciati di falsità e discorsi stereotipati. Qualcuno sì c’era a differenziarsi da questa melma di convenevoli e falsità sudaticcia, ma per non venire deriso, o peggio, emarginato preferiva non esporsi, standosene in silenzio a bordo piscina o affogando la faccia del mojito gelato.
“Expats”, come è tanto cool soprannominarci, “immigrati”, come direbbe il dizionario, persone in cerca di chissàdiochecosa in un altro Paese: Americani, Coreani, Canadesi, Europei sulla terrazza al quarantaduesimo piano del bar Lotus di Pechino.
Annoiata dalle due opzioni da me ripercorse: i piedi inzuppati a bordo piscina e contemporaneamente, sì le donne sono multitasking, no, non è una leggenda metropolitana, con la faccia inzuppata nel bicchiere di mojito, mi alzo e prova a socializzare, quanto meno per ripassare un po’ di vero Inglese, dato che da mesi non faccio che parlare la sua versione imbastardita dal Cinese, il cosiddetto Chinglish. Incontro subito Steve, cinquantenne Canadese dall’aspetto decisamente belloccio, palestrato, modi e sorriso buoni, e la moglie Tivoc, Indonesiana, cicciottella, tiratissima, che non più tardi di tre mesi prima invitò me, il mio fidanzato ed altri “expats” nella sua lussureggiante casa a Bali, con piscina, e mojiti.
La mia bocca preme, non si ferma, sfiata, e poi erutta in questa frase non voluta, non scelta, non pensata, solo vomitata:
“Come sei riuscita a truccarti così tanto…?”
Eruzione. Nuovamente. La faccia di Tivoc diventa magma, i suoi occhi si accendono in tizzoni ardenti, il viso prende una smorfia che rivela, oh sì, in tutta la sua esattezza, la sua meschineria e come in preda a un ictus sbraita:
“Ma come cazzo ti permetti di darmi della puttana?”
Impietrita.
Silenzio.
Gelo.
Tutti i vulcani fino a quel momento in eruzione si trasformano in ghiacciaio.
“Non mi ha dato tempo di finire la frase che forse sì, poteva essere una frase ambigua in Inglese: “Come sei riuscita a truccarti così tanto con tutto questo caldo? Il mio rossetto si è sbrodolato dopo 5 minuti.”
Gelo. Silenzio. Vendetta. Manipolazione.
Raccolgo il mio fagotto frantumato, giro la curva a spalle ricurve e torno a casa, sciogliendomi in un pianto straziato.
E se avessi voluto veramente a darle della puttana?
Grazie, inconscio, per aver trovato le giuste parole che non ebbi il coraggio di urlare.
Esercitazione n.2

Costellazioni conchigliesche
Spensierato sulla spiaggia di Pesaro, correva l’anno 1964, ai “Bagni Gabri” Arturo si accorse di aver seguito troppo a lungo i segni misteriosi delle costellazioni conchigliesche: la scia di sassolini e vetrini verdi e telline lasciate sul bagnasciuga dalla risacca e sì, insomma, si perse.
“Bagni Tritone”, vuoto della costellazione cosmiche.
La mamma non c’era, non la si intravedeva nemmeno a distanza, non la si sentiva urlare e nemmeno quei cazzo di altoparlanti che scattano sempre sull’attenti alla ricerca dell’ennesimo bimbo sperduto, nemmeno quelli, dico, parlarono.
Non pago, il destino, quel figlio di puttana, sussurrò alle orecchie del piccolo Arturo una sinuosa melodia. Shhhhhh shhhhhh shhhhh, facevano le onde e oh oh oh oh! – pensò Arturo – cavoli, no!!!!.Mi scappa la pipì!
In mare non se ne parla – pensò – i granchi me lo potrebbero staccare, i bagni del lido no perché tutti sanno che per chiedere le chiavi ci vuole un adulto…….
…….E allora aya aya aya! scappa, ma tanto, e sempre più tanto e “Cameriere cameriere mi può prestare il suo bicchiere dello spumante?”
“Ma certo piccolino. Vuoi portarlo alla mamma? Che bel gesto?”
“No, signore ho un bisognino…”
“Ma bambino!”
“Signore parlerem dopo delle cose che “si debbon” fare, ora mi lasci fare quel che a breve uscirà senza più chiedere permesso.”
La signora Adele, arcigna e canuta frequentatrice dei “Bagni Tritone” fece una smorfia di disgusto e scoppiò in un secco “Ma che orrore!!!”
“Signora Adeleeeeee – sbrottò il cameriere – non si negherà certo al piccolo il suo bisognino!”
E così Arturo, ebbene sì, lo riempì, ma proprio fino all’orlo quel bel flute di spumante giallo e frizzantino
e “Aaaaaaaaaaaaaa!!!” – fece Arturo – e
“Si è perso Arturo – parlò finalmente quello stronzo di altoparlante – pregasi riportarlo ai “Bagni Gabri”, ad attenderlo la sua mamma.”
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